giovedì 8 novembre 2007

SERAFINI & VIDOTTO


(Foto Francesco Orini orini.it)
Quasi lungo la linea di Piave, come grande guerra, dove soldati son ormai vigne, dove armi son ormai uva. E’ trincea di bottiglie, barrique e sughero. E’ determinazione, connubbio e armonia.
E’ cantina di Francesco Serafini e Antonello Vidotto, amici cresciuti su banchi di scuola, enologi che crescono su idee comuni.
Era l’anno ’86, manciata di terra in affitto e pressa recuperata con pochi solidi disponibili.
E’suolo del Montello dove pH è acido in collina e neutro in pianura. Né Piemonte né Toscana è questo lembo di terra strappato ad acqua carsica che forma foglie di roccia superficiali geologicamente dette Ferretto.
Intento è far conoscere zona di Veneto che è risorsa importante su cui occorre insistere. Per raggiungere vette su sponde di Piave, c’è necessità di trovar delicato ed irrinunciabile compromesso tra tradizionale e internazionale. Impiego d’uve d’oltralpe come Cabernet e Merlot su italici suoli, proiettano vini con corpo francese e radici saldamente venete verso pienezza qualitativa che riempie la bocca. Vini legati comunque a quest’area, senza inseguire modelli prestabiliti bensì cercando d’esprimere il meglio che Montello può donare: corpo e acidità.
Qualcuno storce naso commentando internazionalità di quelle 100.000 bottiglie verdi come soldatini che stordiscono per forza ed eleganza. Produttor non si scompone. Cabernet e Merlot crescono qui da centocinquant’anni, l’uva è poca, controllata, volutamente inferiore a chilogrammo pianta.
Drastici diradamenti e potature permettono a Francesco e Antonello di crescere in qualità, in diffusione, in bravura. Aumentano terreni, barrique prendono posto in cantina, passano gli anni ed oggi, a distanza di venti, si possono camminare i filari, disposti a ritocchino che ormai raggiungon 20 ettari.
Francesco, uomo forte e deciso, sicuro dei suoi intenti. Uomo sicuramente colto e da idee chiare. Parla di terra come fosse sua figlia. Zona in cui ha piantato radici come le sue vigne. Parla di se, dei suoi trascorsi, di sua voglia di crescita. Racconta storia del Montello che catasto di Repubblica veneziana e Duca divisero in quote. Lui orgoglioso, punta dito verso abbazia che domina collina. La sua quota. Gioiello che come diamante ha i vigneti più vecchi di zona.
Li nasce il suo “Rosso dell’Abazia”, sua prima D.O.C. prodotta con Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e minima parte di Merlot prodotte su terreni di collina, sotto la forza di filari allevati a guyot. Filari saggi che sfiorano quarant’anni. Vino che sosta due anni in legno che chiaman barrique ma che poi si risveglia come fuoriclasse con ampio spettro olfattivo dove convivono note vegetali, frutta matura accarezzate da eleganti sfumature. Vino che assomiglia a cantina ch’ accarezza colline. Studiata nei minimi dettagli. Progettata per incastrarsi in paesaggio tanto da far sembrare tutt’uno. Delicata nella sua forma, forte e profonda nel suo interno. Quarzite idiana, bianco di bassano e pino di Dolomiti son i materiali. Elegante come resto di produzione enologica di cui 80% è rossa e 20% è bianca.
C’è “phigaia after the red” I.G.T. rosso delle Venezie perfetto esempio di deuxiéme vin di cantina. Confronto a Rosso d’Abazia rimane privo di cabernet sauvignon e un po’ di potenza ma intatta è vivacità di colore, sensazione speziata e raffinata con note di bosco e gusto sapido e fresco come il “Pinot nero “ da intrigante silouette olfattiva, tannino elegante strappato a barrique di secondo passaggio. E’ ricerca di finezza. E’ difficile scommessa ormai vinta nata e cresciuta su filari fitti e stretti che guardan levante. Vendemmia è rigorosamente manuale, in ogni zona e per ogni vitigno. L’opera di cantina mira a preservaer ed esaltare caratteristiche originarie di tali terre che dieci secoli or sono i monoci del luogo scelsero per valorizzar cultura di vino e vite. Sacrifici quotidiani stemperano in passione e convinzion di risposta che tardiva ma immancabile sempr’arriva.
E quando è sera spesso c’è voglia di tornare a casa, di camminare colline e percorrere strade sterrate, ma anche di tornare a radici di queste colline che da sempre portan in grembo l’uva prosecco. Francesco e Antonello, spumeggiante l’uno e schivo l’altro, rimangono ancorati anche da tal immancabile produzione di bollicine che spingon su tappo ch’emette suono cupo come cannone di vecchia guerra. Ma guerra ormai non v’è. E’ suono di festa, di gradevole sensazione di pace. Forse l’unica guerra di tal zona è guerra del gusto. E’ tentativo di portar uno spicchio di Bordeaux sulle rive del Piave dove lo straniero, per questa volta, è riuscito a passare.

giovedì 1 novembre 2007

Barbera del Monferrato - Cascina Zerbetta


Giunge da terra d'ovest. Piemonte. Monferrato. Terra di vini che volge spalle a Po e guarda Appennin che da Liguria spinge verso sud dello stivale. E' vino che suona da femme fatal. Berbera di Cascina Zerbetta, s'aggrappa a labbra per non mollar voglia di riempir palato. E' vino semplice, fresco con acidità crescente. E' vino franco e schietto. Imprigiona la bocca con simpatia fine e delicata chiudendo P.A.I. tra note vinose e piccolo ribes, tra sentor di more e freschezza d'acciao ch'incontrò in fermentazione e affinamento. Socievole

+ : Verticale e semplice, con prezzo davvero rassicurante
- : Penalizza leggermente naso non riscontrando odor di nitido frutto.